La nostra scimmia urbana è sempre più lanciata nel proporci ogni settimana novità musicali per il “Sounds from the jungle”; e questo giovedì credo si sia proprio superata, andando a scovare una vera e propria chicca: Sergio Beercock. Sergio Beercock nasce nel 1990 a Kingston upon Hull,in Inghilterra,da papà inglese e mamma sicula, ma come dice lo stesso Sergio, in realtà non si sente né inglese nè siciliano bensì un isolano e questo ha sicuramente influenzato il suo percorso artistico e di vita. Nonostante la giovanissima età, Sergio Beercock è un artista poliedrico, che spazia fra musica e teatro, influenzato dalle sue origini, dai luoghi, dai colori e dai viaggi che hanno contraddistinto la sua vita. Sergio è venuto a trovarci per presentare il suo primo disco ,“Wollow”,prodotto dall’etichetta discografica palermitana 800A Records ,che vanta tra le tante produzioni artistiche anche quella di un altro grande amico, Alessio Bondì. Wollow è la sintesi perfetta di tutta la sua storia, un mix di musica e racconti che portano l’ascoltatore a viaggiare ed esplorare gli stessi luoghi e le stesse emozioni che hanno ispirato Sergio. Anche la scelta della copertina dell’album è strettamente legata ai suoi ricordi: infatti riproduce un quadro dipinto dal padre, che era appeso in casa, un quadro astrato in cui,dice Sergio, ognuno vede e può vederci quello che sente e che vuole e che in questo rappresenta in pieno l’essenza stessa del suo disco. Durante l’intervista in radio ho potuto apprezzare e conoscere ancora meglio Sergio, che ho avuto la fortuna di ascoltare già quest’estate ad “Eco Suoni” ,in apertura al concerto di Ghemon e Cosmo. Beercock si nutre di musica a 360°: i suoi gusti infatti spaziano dal classico alla psichedelia, da Nina Simone agli alt-J. Anche la selection musicale scelta da lui per la diretta radio, lascia evincere questa sua poliedricità. Per Sergio il cantautorato è più un dialogo che un monologo interiore. Sergio parte dagli altri, provando a tirare fuori dai suoi interlocutori qualcosa che gli può servire per cantare. Mi ha particolarmente colpito la risposta di Sergio a una delle domande di rito che propongo ad ogni artista ospite in cabina e cioè qual è il percorso creativo del brano, dal luogo in cui viene pensato fino all’esibizione davanti al pubblico; proprio in virtù del suo scrivere musica per le presone , Sergio propone i brani per la prima volta direttamente davanti al pubblico e quando poi li porta in sala li riprova e li rielabora proprio ripesando alle reazione delle persone di fronte ai suoi inediti. Come detto oltre ad occuparsi di musica, Beercock vanta anche più di dieci spettacoli teatrali da regista e attore e ne ha ancora tanti in cantiere. Il live di Sergio al Monkey ci ha lasciati tutti senza parole. Eravamo tutti rapiti, in religioso silenzio ad ascoltare i suoi racconti e la sua melodia. La musica di Sergio è poesia pura che va dal folk all’elettronica con una naturalezza disarmante. Stupendi i brani “Reason” e “Battle for attention”, che avevo avuto il piacere di ascoltare già durante la diretta radio; ma anche quelli direttamente collegati ai racconti ed alle leggende della sua terra natale come “Century” e “The barley and the rye”, raccontati con la maestria di un vero e proprio giullare. Una delle particolarità di Sergio è proprio la sua voce, una voce che è in grado non solo di raccontare ma diventa essa stessa un vero e proprio strumento musicale. Intensa emozione ha suscitato l’ultimo brano eseguito da Sergio, interamente a cappella. Il brano si intitola “Black is the colour of my true love’s hair”, un canto popolare tradizionale, del quale esistono diverse versioni tra cui quella di Nina Simone che ha ispirato Sergio a farne una sua interpretazione. Anche il post concerto è stato bello e divertente: Sergio ama infatti fermarsi dopo un live a chiacchierare con il suo pubblico e bere una birra in compagnia, lasciandosi ispirare per nuove storie da raccontare. Posso dire con assoluta certezza che Sergio Beercock è la mia rivelazione musicale del 2018 e sono sicuro che sentiremo sempre più spesso parlare di lui. Good luck Sergio.

 

Foto: Luca Fresolone