Dopo una parentesi di cultura e territorio alle Antiche Fornaci, si ritorna al cuore pulsante di questo strano e schietto  Festival.  Al Disorder, nelle prime ore del pomeriggio, è da poco arrivato Giovanni Truppi con il suo staff, si sente nell’area un non so che di Virgin Records e gli occhi sono tutti per lui. – Talvolta mi sbalordisco di quanto possano essere romantici e spassionati i fans del pop indie – rock -.

Una cosa che ha sempre caratterizzato Disorder è la meticolosa attenzione, ai limiti del folle, con la quale si analizza il suono, il volume e tutte le sue dinamiche durante il soundcheck. Osservo Felice Calenda, uno dei fondatori di Macrostudio e di Disorder, mentre dirige tutta questa delicata premessa del live. E sotto un solo cocente, Truppi e la sua band prova e riprova, fino a quando, dopo circa due ore ma forse non ancora del tutto convinti, si esce da questa faticosa messa a punto dei motori prima dell’esibizione in Arena Sant’Antonio.

Mi avvicino e gli dico: “Ciao Giovanni sono qui per qui per quell’intervista, sono Emiliano di Radio Booonzo”. Non facendo a meno di ridere silenziosamente con me stesso ogni benedittissima volta che ripeto  agli altri chi io potrei essere. – Perdonatemi ma è una questione di maschere pirandelliane, ma senza nessun tipo di inquietudine intrinseca, ma questa forse non è la situazione adatta per spiegarvelo. –

 

Si comincia!

 

Volendo interpretare (quantomeno ci provo) il titolo del tuo ultimo album “Poesia e Civiltà” , qual è la parte civile e quale la parte poetica di Giovanni Truppi?

 

  • In realtà quando ho pensato al titolo non ho pensato alla divisione netta tra queste due parole, mi piaceva anche ci potesse essere un po’ di intersecazione tra le due. Il fatto di averlo chiamato così è perché queste due parole sono stati principi ispiratori mentre lavoravo al disco.

 

A marzo un contratto (per la prima volta) con una major, la Virgin Records, cosa dice a se stesso un artista quando stipula una collaborazione del genere?

  • Una soddisfazione, rispetto al percorso fatto. Più che altro è una cosa che ti permette di fantasticare sul disco che stai facendo, nel senso che lavorare con una major mi mette a disposizione delle cose che prima non avevo avuto e quindi ho potuto realizzare delle cose per il disco che altrimenti sarebbe stato difficile fare. Sono stato del tempo negli Stati Uniti, ho potuto avere degli archi registrati con un musicista che era abbastanza blasonato, credo che siano state queste le cose che mi sono detto. L’altra cosa è che mi sentivo più responsabilizzato rispetto a quello che stavo facendo. E’ come avere un megafono ed avere la possibilità di esprimere ad alta quello che si vuole realmente dire.

 

 

Sei al Disorder, un festival disordinato ed underground, ma quando senti la parola Disorder, che sentimento ti viene in mente?

  • Mi viene in mente un sentimento di tenerezza. Conosco il Disorder di fama e conosco le persone che lavorano per il Disorder da molti anni, l’ho visto crescere. Questa zona di Italia è una zona che sento molto vicina per tanti motivi diversi e quindi tutto quello che riguarda questa zona mi prende un po’ al sentimento.

 

Cosa si intende esattamente per “Borghesia”, titolo di uno degli undici dell’ultimo album. A volte lo si intende come una sorta di insulto. Perché un “inno” a questo stato sociale? Cito “per aver sempre un pochino di più”.

  • Più passa il tempo, più penso che quello che intendo per borghesia sia tutto la civiltà occidentale, perché sembra che poi questo “ un pochino di più” sia quello che più caratterizza la nostra epoca e la civiltà che la sta dominando dal punto di vista ideologico, ed è tutto fondato sul capitalismo e sul consumismo.

 

L’ermetismo nel pop funziona ancora e come?

  • Non so bene rispondere a questa domanda. Ci sono alcuni testi a cominciare dai testi di De Gregori di tanti anni fa che io non comprendo chiaramente, quindi quelli per me sono ermetici. O ad esempio alcuni testi di Calcutta di non immediata comprensione. Ci sono altri testi che non sono semplici ma che non si possono definire allo stesso modo ermetici, non per forza quando una cosa è non fruibile è ermetica.

 

Dove trova ispirazione Giovanni Truppi per i suoi testi? Leggo di tanti riferimenti bibliografici diversi Edoardo Albinati, Franco Moretti, Engels ma anche gli storic cantautori italiani Battiato, De Andrè.

  • Prendo ispirazione da tutto. Pasolini è un autore per me fondamentale, certe cose di Jung. Ma grazie al cielo scrivo canzonette e non per forza se mi ispira una cosa significa che sono un cultore di quella materia. Ovviamente anche tantissima vita quotidiana e tanti racconti degli altri e tante esperienze della

 

 

“I miei primi mesi da rockstar” come sono? Cosa si intende precisamente?

  • E’ un po’ ironico il titolo, il titolo è in prima persona ma parlo di un’altra persona che è più dentro i crismi della rockstar dannata . In realtà riguarda un episodio che mi ha toccato da vicino e in un periodo della mia vita mi ha fatto ridere chiamarla così, ma non riguarda me.

 

Ripeto sei ospite di un festival senza peli sulla lingua. A chi Truppi lancia un suo personale “vaffanculo”?

  • A quelli che sono prepotenti con i più deboli e non con i più forti.