I Fluxus non apparivano sulla scena da quindici anni, una formazione underground che si definisce con me troppo esagerata anche per la scena alternativa. A marzo scelgono di auto produrre, “Non si sa dove mettersi”, loro ultimo album, attraverso crowfunding e dopo aver constato che c’era realmente un gruppo di fans disponibili ad investire di nuovo sul loro sound, hanno deciso di riesserci. Il Disorder blocca la loro unica data in Campania, ed aggiunge a mio avviso la vera unica nota SCONSIDERATA di tutta l’intera edizione. Ascoltare il loro soundcheck mi riporta di nuovo indietro, verso un punk metropolitano che irrompe di nuovo, senza la paura forsennata di crearsi uno spazio.  Rockit li definisce una band che non ha fretta, loro aggiungono che c’è differenza tra fretta e urgenza.

Peppe Biondi, veterano e fondatore di Disorder e Macrostudio,  mi ha visto accaldato e poco underground a cospetto di un’umidità da record e mi offre dell’acqua. Io cerco un posto isolato lontano dal suono delle continue prove pomeridiane di Disorder. L’ho trovato e con i Fluxus ci accomodiamo dinanzi i bagni chimici. Non poteva essere altrimenti, una band così non bada alla forma. Vi anticipo che mi sono molto divertito. Si comincia!

In una recensione dell’ultimo album “Non si sa dove mettersi”, vostro ultimo album, elaborato dopo circa 20 anni di inattività, Rockit scrive “non sono mai stati vittime della fretta”. Quali sono le dinamiche che a vostro avviso e magari in termini più generali possono indurre una band a stare fermi per così tanto tempo? Non è questa, secondo voi, sempre di più l’epoca in cui si ha fretta di produrre un nuovo album, quasi, talvolta, non badando al contenuto? È forse questo il senso?

Le motivazioni sono naturali, legate anche questioni di vita personale.. Quando poi abbiamo ritrovato qualcosa da dire, raccontando questo senso di disorientamento, di difficoltà nel trovare una posizione per noi questo è diventato un tema importante e ci ha dato il senso giusto. Abbiamo deciso di fare con una modalità diversa e quindi non trovando un’etichetta, ma cercando un numero sufficiente di persone a cui poteva interessare poter contribuire a questa cosa e se non fosse avvenuto, come è accaduto nel 2005, avremmo fatto un altro disco per noi. Abbiamo deciso di essere più liberi possibile, di non essere vittima di meccanismi commerciali.

C’è una differenza tra fretta e urgenza: fretta è accelerare i tempi perché hai bisogno di dimostrare qualcosa,                 l’urgenza se non la senti è inutile che tu produca qualsiasi cosa.

Ci spiegate meglio la genesi di questo disco?

Abbiamo pensato questo disco come gli altri, ci siamo parlati e l’abbiamo fatto.

Siete nati con il disco d’esordio Vita in un pacifico nuovo mondo nel 1994, cosa è cambiato a vostro avviso nella scena musicale da quel giorno ad oggi?

E’ cambiato tutto e niente. E’ una roba ciclica sempre uguale, negli anni ’60 c’erano i Bit-Nik e prima i loro i padri erano vestiti di grigio e avevano i capelli corti, loro si son fatti crescere i capelli e hanno indossato le camicie con i fiori. Al giro dopo i figli dei Bit-nik si sono rapati a zero, messi i giubbotti neri e non volevano assolutamente assomigliare ai genitori. Sono onde di ribellione politica e sociale, culturale, ma anche di ribellione generazionale. Quando abbiamo cominciato eravamo dentro un’onda degli anni 90, ora noi siamo fuori da questa onda generazionale ed è per noi difficile interpretare i codici odierni che sicuramente ci sono. Io non so che cosa ci sia sotto la trap e non lo posso sapere. Farei l’errore di mio padre se dicessi che questa di oggi è tutta merda, ed il fatto stesso che io la consideri merda in qualche modo vuol dire che funziona. Se fossi in sintonia con un ragazzo di 18 anni avrei dei problemi. Devi trovare una strada che sia provocatoria, altrimenti non ha senso.

 Che significato ha in questo preciso scenario musicale di oggi auto prodursi?

Devi essere inoffensivo per avere dello spazio, e puoi essere anche alternativo ma è diverso. Noi abbiamo sempre fatto delle cose abbastanza disturbanti anche per il mondo alternativo, parliamo di contenuti troppo estremi. Non ci hanno mai invitati ai tour con i gruppi degli anni 90. Avere un’etichetta comporta sempre un compromesso. Per i Fluxus e per la loro storia un’etichetta non sarebbe stato possibile, se non cambiando gli ingredienti

Conoscevate Disorder prima di oggi? Cosa pensate di questo festival e cosa vi aspettate dal live di stasera?C’avevano chiamato anche l’altro anno, lo stiamo conoscendo ora. Abbiamo sempre sentito parlare molto bene. Festival così in Italia ce ne sono veramente pochi, per cui essere qua per noi è una cosa molto bella.

Quali sono le tematiche che più gradite inserire nei vostri testi?

La passività sicuramente, la fotografia della mancanza di voglia di spaccare le cose, di ribellarsi e anche soprattutto la narcolessia piacevole che un certo tipo di mondo ti obbliga a scegliere. Se vuoi ti accucci, rinunci a tutta una serie di cose e così non hai dei dispiaceri. Se invece hai delle priorità diverse devi aspettarti di non stare comodo per tutta la vita. Noi abbiamo sempre fotografato questa accettazione di essere fondamentalmente dei sottoposti, dei subalterni. Il fatto che vivi in una società dove si pretende che tu accetti consapevolmente in cambio della ciotola di cibo di essere un subalterno. Questo ha delle implicazioni politiche importanti, proviene da lontano e non si supererà mai.

Come sta la musica italiana oggi a vostro avviso? Cosa vedete intorno a voi?

Ci sono delle cose interessantissime. Ad esempio i Cani dei portici che hanno deciso di fare delle cose diverse rispetto ai loro coetanei, più vicini ad un codice post-rock. Ci sono tante cose che accadono e noi non comprendiamo, quindi non riusciamo ad apprezzare. A noi piacerebbe andare a Sanremo, ma come ospiti stranieri.